Samuele Maffei: da Teorema del cerchio e altri teoremi
Samuele Maffei
da Teorema del cerchio
*
ci disponiamo in cerchio
uno per lato
infiniti segmenti inclinati
costituiscono un punto
il punto è un cerchio
infinitesimale
il segmento del lato
costituisce la disposizione
dell’inclinazione
*
aumentiamo il desiderio
immagini sconfinate di possibilità
siamo nella gabbia
fuori si muovono le situazioni
si muovono le possibilità
il desiderio aumentato
in situazioni sconfinate
siamo fuori dalle possibilità
nella gabbia delle immagini
*
la nostra riproduzione non è controllata
ci moltiplichiamo in enne parti
ogni parte si moltiplica in enne parti
ogni riproduzione è la nostra parte
non controllata
*
ci imbarchiamo
tavolini sostengono carte francesi
occhi su libri leggono
assaggiamo le merci stoccate
tutto buonissimo
il plusvalore del movimento
l’acqua desalinizzata dai macchinari
imbarchiamo acqua
i francesi assaggiano con gli occhi
le merci desalinizzate
dai macchinari della carta dei libri
leggono tutti i movimenti
sostenuti e stoccati
il plusvalore buonissimo
*
sono le immagini e le distrazioni
che convergono
noi le chiamiamo le assimilazioni
anche dette le congetture
noi le chiamiamo le previsioni
anche dette le convergenze
le immagini assimilate in congetture
sono anche dette
le prevedibili distrazioni
*
la narrazione dei fatti non coincide con lo svolgimento dei fatti
coincide con lo svolgimento della narrazione

Alessandro De Francesco: un testo (VIII) da Untitled-1.odt (Catabasi)
Alessandro De Francesco
Un testo (VIII) da Untitled-1.odt (Catabasi)
Mi posiziono sul fondo del fiume, là dove le piante rimbalzano indietro, mi posiziono sotto i mobili, al quarantesimo piano, e mi annovero tra gli osservatori. Da un lato percepisco peli, polvere sparsa nel sistema solare, un pettine, tubi gelatinosi, lo sguardo di un animale, qualche parola scritta su un foglietto vicino al telefono. Dall’altro è la devastazione, fulmini nel cielo giallo, gente accovacciata su una lastra di cemento dietro un edificio sventrato che scalda il parabrezza di un’auto, gente in divisa in un parco di periferia pieno di macerie, collinette di ghiaia, scheletri di ombrelli gettati nei buchi dell’asfalto. È possibile scegliere, è possibile sbagliare, i muri sono scuri e su di essi è impresso il nome dell’azienda, scritto in lettere di metallo dorato. L’auto si ferma in una zona industriale nei pressi della stazione, dalle fessure del terreno spunta l’erba, vengono posati a terra fasci di oggetti oblunghi, dal bagagliaio si tirano fuori tappeti arrotolati e piccoli elettrodomestici. È in questa zona periferica e intermedia, alla quale spesso i viaggiatori non prestano attenzione, che avviene l’incontro. Il corpo viene fatto passare attraverso un muro interrotto da un rubinetto che non è più in funzione, la telecamera si sposta lateralmente per registrare lo scambio, un microfono viene posto sopra il respiro, vengono fornite alcune informazioni, poi il corpo è consegnato. Mentre ciò accade, delle strade vuote brillano nel vento che le inonda, degli esseri ricevono la cura di cui hanno avuto a lungo bisogno e si formano vortici in uno stagno. Tutti questi fenomeni si corrispondono da qualche parte, tutti i fenomeni qui descritti risultano essere in connessione non locale, ma molto più tardi, quando questa ricerca sarà finita. È possibile, però, sentire i legami che si intrecciano e prendere decisioni all’interno delle fibre che essi formano, perché le cose e i corpi, il vento e i pensieri si presentano a noi nel loro orientamento orizzontale e diffuso, lasciandoci intendere la descrizione di un luogo dove non ci saranno più prevaricazioni, né gerarchie, né violenza né dominio. Questo luogo, che sfugge a ogni tentativo di nominazione, si distende su un pendio obliquo, mentale, dove la luce non ha provenienza e il buio serve ad ascoltare. Sentiamo molte cose con il respiro che viene pazientemente registrato. Inizialmente non riusciamo a comprendere come una singola figura, a seconda della sua disposizione, possa produrre l’insieme della materia e del significato, campo che preesiste alla nascita dello spazio e del tempo, scrittura cuneiforme. A poco a poco, lungo i pali della luce che si susseguono ai lati della strada ci rendiamo conto del fatto, e questa frase potrebbe fermarsi qui, ma può anche continuare: ci rendiamo conto del fatto che un sistema non è mai isolato. Risponde alle condizioni dell’ambiente in cui è immerso, reagisce agli stimoli di altre sostanze. La questione dell’osservazione quantistica si riduce a questo, non abbiamo bisogno di un osservatore umano affinché i fenomeni avvengano perché qualsiasi fenomeno che non sia isolato interagisce con gli altri, così ha luogo una forma di osservazione che determina il comportamento di un sistema a livello locale, mentre altri comportamenti alternativi potrebbero aver luogo fuori dalla membrana, in fondo alla strada. Ho deciso così di perdermi girando l’angolo, perché nessun osservatore è solo nella sua individualità, sistemi e osservatori si mescolano di continuo e il soggetto cambia forma a seconda dei contesti, degli anni, dei mobili e delle finestre di una stanza, delle persone che siedono attorno a un tavolo e parlano. L’asse si inclina, il giorno declina e il corpo, durante l’incontro, viene fatto passare da un lato all’altro del muro di un garage. Lo ricevono quanto siamo capaci di vedere solo come mani, i dati si moltiplicano, verde su nero, poi la telecamera si allontana dalla scena e scopriamo che il garage ha solo tre pareti e non confina con altri spazi, i garage limitrofi sono stati distrutti, restano solo macerie tutt’intorno, poi bianco digitale con linee che tracciano uno spazio inesistente. Possiamo dire che questo garage è isolato? Anche in tali condizioni, il passaggio di questo corpo che vive e respira interagisce con le macerie e con l’erba che cresce attraverso, con le rotaie interrotte che passano davanti, con il capannone industriale dove è già notte, poco più lontano nello spazio. Nel capannone, che osserviamo dopo la griglia digitale, si tagliano e si intrecciano fili, è qui che i tappeti vengono arrotolati e portati giù, sotto la luce accecante del sole allo zenit, per accatastarli nei bauli e portarli fuori dalla zona. Nessuno tra coloro che compiono quest’azione si accorge del passaggio del corpo, sebbene avvenga nella stessa porzione di spazio, sovrapposto ai resti del cemento, del capannone e del parabrezza che lentamente si scioglie sul fuoco, si formano bolle sulla sua superficie, poi la scena si interrompe su dati che scorrono velocissimi e senza margini, le cifre sono verdi come il pezzo di plastica di cui un tempo fu determinata la forma per adattarla ad un veicolo che nel frattempo si è vaporizzato, assumendo direzioni molteplici e disperse, perdendo così la sua destinazione unica, la sua logistica, il suo uso iniziale. Allo scorrimento dei codici digitali si sovrappongono di volta in volta i flash di una poltrona vicino a una finestra e di un banano, poi un piatto con del cibo, una mano che accarezza la testa di un bambino, l’anta di un mobile che si chiude con una calamita. Se davvero tutto ciò che è sovrapposizione potesse essere pensato sotto forma di un’alternativa o di una scelta, se fosse possibile perdersi in un fermo immagine un po’ più lungo del passaggio del corpo, fino all’arresto dell’immagine stessa e al disvelamento della sua funzione simbolica, la nostra testa, i nostri tegumenti, potrebbero finalmente toccare la superficie molle del nucleo, e una distesa mentale si diffonderebbe, come un liquido, dai solchi dell’esperienza, da sotto la superficie delle stelle.

Silvia Tripodi: Nota sul "libro della natura e del continuo", di Mario Corticelli (déclic, 2024)
Silvia Tripodi
Nota sul libro della natura e del continuo
di Mario Corticelli (déclic 2024)
La scrittura di Mario Corticelli si fonda sull’assenza di una riflessione esplicita sull’ego. Questo connotato non si configura come una carenza, permette anzi l’accesso a un’ontologia grigia che è tale proprio perché non esplicitata; il soggetto inteso come ego, non subisce il destino delle cose. E queste diventano ombre di sé stesse.
Nel libro della natura e del continuo (déclic 2024) Mario Corticelli sembra assumere le sembianze (assieme ai sembianti del suo libro) del ventriloquo. La pratica del ventriloquo è, in senso deleuziano, uno strumento di presentazione dei concetti che permette di “far parlare” la realtà stessa.
La ventriloquia di Corticelli scalza la postura lirica perché sfrutta il (s)oggetto lirico (pompato) per negarlo (sarcasticamente). Pratica che in Francis Ponge, per esempio, appare più esplicita e diretta; in Corticelli la stessa intenzionalità ha effetti più comici ed estraniati (brechtianamente).
La sua azione di scrittura si schiude alla contemporaneità, senza essere tuttavia destinata a costituirne in modo esaustivo o definitivo i fondamenti e le istanze, ma suggerendo criteri, indicatori, revisioni e modificazioni del linguaggio e dei suoi enunciati.
Tempo fa in una nota, dalla quale saccheggio alcuni brandelli, scrivevo di uno spazio-mondo, di uno spazio-gioco, entro i quali organizzare la realtà. Il mondo descritto da Mario Corticelli si articola in criteri di azioni, attraversamenti dei fatti, campiture del visto, del non visibile, che richiedono una presenza, margini di manovra in una territorialità, anzi in una extraterritorialità, entro confini metatestuali, politici anche, non sempre noti o identificabili: «il modo è l’innesco di un protocollo di estraneità. prendere la distanza — avere una visione dall’alto — mirare ciò di cui si è parte — le unità di misura (i confini politici)» [Guatteri 2013: 59], configurando i luoghi nei quali risiede la cifra politica di un linguaggio della contemporaneità che si fa carico di sintomi, di figure in ombra — quelle di un’intimità dislocata, staccata, alienata, lontana dal soggetto. Una soggettività che mette l’io fuori uso, definendone le disfunzioni, i sintomi; un io che in un contesto contemporaneo sospenda ogni interesse per l’essente affinché, paradossalmente, esso sia.
Una scrittura contemporanea come quella di Mario Corticelli è in definitiva (e indefinitamente) l’epigrafe in motu di sé stessa. Descrive la propria deiscendenza. Pur gettando l’io fuori campo, fuori fuoco, lo mette nel mondo, vive dell’intersoggettività, dichiara la sua presenza nella comunità, ne organizza azioni, reazioni configurabili nell’infinito della situazione.
A tal proposito emblematico è l’utilizzo che Corticelli fa della «oh» lirica e che Francis Ponge, in Nioque de l’avant-printemps, fa del simbolo matematico dell’∞.
Ma andiamo per ordine, e leggiamo Ponge:
Oh solitudine zeppa di elementi muti, tutti fissati al proprio posto, senza sguardo, paralitici, è qui, qui dove tutto un paesaggio mi incravatta e mi prolunga le spalle a destra e a sinistra, qui dove per esprimersi ha soltanto la mia voce (qui dove non mi devo troppo difendere da animali pericolosi), è qui che sento la mia ragion d’essere.
Il Paesaggio ∞* grandi nodi colorati di bistro, rattrappiti e paralitici (infermi) sotto i rabbrunamenti bluastri, sotto i voluminosi pensieri provenienti da ovest.
* Sostituire la “oh” lirica con il simbolo matematico dell’infinito ∞ (l’8 messo orizzontale).
[Ponge 2013: 37]
Sostituendo la «oh» lirica, Ponge forse tenta di utilizzare, come direbbe Braque, una regola che corregge l’emozione, trascendendo classicismo e romanticismo attraverso il primato della materia e dei simboli a essa attribuiti; e di sostituire l’io lirico con il primato dell’oggetto, facendo esprimere l’oggetto stesso (ovvero la natura) e ciò che appartiene al tempo seriale, alla ricorsività, alla coazione dei cicli naturali della nascita e della morte.
Analogamente in Corticelli aspirazione (in senso letterale) e filtraggio di una postura enunciativa altrui (che è in qualche modo una definizione di ventriloquia), appaiono nel testo come oggettivazione di un piano/soggetto enunciante (il lirico, la «pompa lirica», altra espressione pongiana), e ne costruiscono un altro, potenzialmente ventriloquiabile.
C’è nella forma dell’enunciato dei suoi testi una consonanza disintegrata tra il vibrato dei suoni decifrati dalla natura, le icone mortifere del quotidiano e i connotati enigmatici del linguaggio: sono votati alla coesistenza e all’indifferenza reciproca. Nel discorso della lince e del puma, per esempio, la lince, che ribadisce ottusamente e seduttivamente di essere più bella del puma, è ontologicamente risanata dal suo statuto di creatura del regno animale: essa, lei, avviene e si manifesta nel mondo ormai solo nominalmente e puramente come lince, assecondando la sfrontatezza e la volontà di un io (non necessariamente quello del poeta) che con insistenza bussa alle corde del ventriloquo e le dà voce, scardinando l’impersonale, diventando in ultima istanza, personale, e facendo infine di questo connotato una sorta di virtù. A differenza degli enti, che nei testi di questo libro sono rappresentati come idoli, come icone sfuggenti, o come strumenti puri dell’enunciato, alla lince e al puma, al mondo animale e vegetale quindi, Corticelli sembra volere dare la possibilità di tornare alle cose, ostracizzate da una certa metafisica. Non ci sono «monumenti della superstizione» [Gleize 2021: 9], non si intravedono sortilegi o incantesimi e nemmeno una pratica di delucidazione del reale, né le vivisezioni dell’entomologo o dell’etologo. Corticelli si sveste degli orpelli della lirica e si veste della nudità del fantasma.
La posta in gioco è tuttavia quella di tornare a pensare in maniera non idolatrica. Un tale intento passa per l’allargamento della ragione, per «une autre figure de la raison», «une plus “grande raison”», «une rationalité érotique» [Marion 2003: 15].
Si tratta dunque di portare a compimento attraverso l’indagine sul fenomeno, sulla intenzionalità e assertività della lince (del puma, della mosca, del cervo, del bosco, della foresta…), il sapere del soggetto sull’oggetto, il quale è però pregiudicato dal fatto che il linguaggio, attraverso cui il soggetto costruisce le proprie identificazioni, non solo non lo rappresenta, ma lo aliena addirittura nel suo stesso esercizio. Eppure non c’è altro modo per il soggetto di acquisire una propria identità, se non quello di assumere ancora una volta le sembianze del ventriloquo, addizionandovi l’egemonia delle creature e dei fatti del mondo.
Bibliografia:
Jean-Marie Gleize, Escono [2009], in Id., Qualche uscita. Postpoesia e dintorni, Tic Edizioni, Roma, 2021.
Mariangela Guatteri, figurina enigmistica, ikonaLíber, Francavilla al mare-Roma, 2013.
Jean-Luc Marion, Le Phénomène érotique. Six méditations sur l’amour, Grasset, Parigi, 2003.
Francis Ponge, Nioque de l’avant-printemps, ovvero Cognizione del periodo che annuncia la primavera / Nioque de l’avant-printemps [1983], Benway Series, Reggio Emilia, 2013.
* * *
da:
libro della natura e del continuo
discorso della lince e del puma
io sono bella.
io sono molto bella.
solo il puma è bello quasi altrettanto.
il puma mi somiglia.
io sono più aggraziata del puma, e il puma è meno aggraziato di me.
il puma è più massiccio di me e io sono meno massiccia del puma.
queste sono le somiglianze.
e ora le differenze.
il puma è più massiccio di me, infatti io non sono il puma.
io sono più aggraziata del puma, infatti il puma non è me.
il resto dell’autunno l’ho trascorso così.
cacciando i boschi dalle foreste, cacciando le foreste dai boschi.
quanti ritorni!
cacciando nei boschi e nelle foreste foreste e boschi.
da togliere il fiato.
lungamente cacciando cervi dalle foreste verso casa.
molti cervi erano fuggiti dalle foreste a favore dei boschi, lungamente ho inseguito i cervi per ricacciarli nelle foreste a favore delle foreste.
sono davvero bella.
sono bella come un cervo, ma più bella.
il cervo è più bello di me infatti, ma io sono più bella.
tale è la mia bellezza pei boschi e le foreste.
quante corse!
quando riposo e mi giro su di un fianco, il mondo si gira con me.
quando riposo e mi giro sull’altro fianco, il mondo si gira con me.
foreste scivolano nei boschi, boschi scivolano dalle foreste da quella parte.
boschi scivolano in altri boschi e foreste in altre foreste dall’altra parte, verso foreste e boschi.
bacche ghiande noci pigne rotolano da una parte, rotolano dall’altra.
tale è la mia bellezza.
raccogli una noce.
la noce è talmente bella se la raccogli con me.
io sono bella.
la noce che raccogli con me è bella.
ecco le somiglianze tra me e la noce.
se apri la noce che hai raccolto con me ecco escono alberi ecco nasce un bosco dentro il bosco.
il bosco nuovo è così bello.
il bosco nuovo è più bello di una foresta.
è vecchio.
il bosco nuovo è più bello del bosco vecchio.
è talmente bello che fa più bello il bosco vecchio, è una foresta vecchia bellissima.
è più bello del bosco nuovo ora, talmente è bello il bosco nuovo.
anche gli alberi sono belli.
è bello come una foresta più bella ancora.
oh il bosco tutt’attorno!
raccogli una ghianda assieme a me.
che ghianda bellissima! lascia che la raccolga io.
se apro la ghianda che io ho raccolto ecco escono alberi balzano cervi ecco nasce una foresta popolata di cervi e balzi di cervi tra gli alberi e i boschi.
osserva la bellezza delle ghiandaie.
i cervi sono belli.
sono belli i cervi nati dalla ghianda che io ho raccolto e le virate delle ghiandaie.
vi è dell’azzurro nelle ghiandaie dentro il bosco.
vi è dell’azzurro nel cielo sopra il bosco.
io sono talmente bella che anche la mia bellezza è bella.
sono talmente bella che i cervi nati dalla mia ghianda balzano non solo tra albero e albero ma anche tra foresta e foresta e tra bosco e bosco, facilmente.
sono talmente belli della mia bellezza che balzano da foresta a bosco e da bosco a foresta facilmente.
ah la bellezza di quei balzi, ah la lunghezza di quei salti!
anche l’ampiezza è bella.
eccetera.
vi sono alberi nei boschi.
sono belli come foreste.
vi sono alberi nelle foreste, belli.
occorre cacciarli dai boschi, occorre riportarli nelle foreste.
guarda!
la mia bellezza è magnifica nel guardare.
ecco guardo i cervi ora balzare in cervi nuovi, più belli ancora, mai stati così belli.
si dipanano distanze e piane di bellezza, di bei boschi, di foreste belle, di boschi bellissimi abitati.
quando riposo e mi giro su un fianco e tutto rotola il mondo da quella parte.
i miei sogni hanno chance di realizzazione altissime.
tale è la bellezza dei miei sogni.
sogno poco, perché sono bella.
la luna è bellissima e mi illumina.
nella caccia, quando mi sveglio.
al risveglio la mia bellezza è tale che basterebbe per molte notti per molte linci.
ecco che io sono molte linci, più ancora mille.
la luna è molto bella e distingue i boschi dalle foreste, noi distinguiamo in mille e ancora mille le foreste dai boschi, noi cacciamo i boschi dalle foreste e le foreste dai boschi, a favore delle foreste e a favore dei boschi e della bellezza.
più boschi nelle foreste, più foreste nei boschi!
ah la caccia!
ah la caccia!
quanti cervi balzano con noi!
da boschi a foreste e da foreste a boschi, da cervo a cervo, da cervo nel bosco a cervo nella foresta.
io sono bella.
sono bella come un puma, solo più bella.
la bellezza del puma è pari alla mia, ma la mia è più bella.
non vedi?
il puma dice: quanto vorrei essere la lince!
io dico: occupato!
questa è un’altra somiglianza tra me e il puma infatti.
le foreste sono attraversate dalla mia bellezza e dalla luna.
la luna mi assomiglia in questo.
le foreste sono attraversate dai boschi come dalla luce della luna e dalla mia bellezza.
i boschi sono attraversati dalla luce della luna che piove dal cielo, e sono attraversati dalla mia bellezza che si espande dalla mia figura tra gli alberi aggraziata.
ecco la differenza tra me e la luna.
ve ne sono altre, es. la mia bellezza è maggiore.
es. la sua bellezza è minore.
es. siamo entrambe belle.
quanta grazia vi è in me!
i boschi attraversano le foreste e stanno, le foreste attraversano i boschi e stanno.
vi sono alberi e radure.
ho trascorso il resto dell’autunno a cacciare i boschi dalle foreste e le foreste dai boschi.
l’ho fatto con elegante bellezza e senza impoverimento di boschi e foreste e cervi ghiandaie e cani.
la mia bellezza è tale che ho riportato i boschi nelle foreste e le foreste nei boschi.
che corse! le ghiandaie! in questo ho impegnato la mia bellezza, con eleganza.
il puma è meno elegante di me, io sono più elegante del puma.
io sono più minuta del puma, ma la mia bellezza è maggiore.
la bellezza del puma è simile alla mia, ma la mia somiglianza è più bella.
io sono bella.
ecco le differenze tra il puma e me, ecco le differenze tra me e il puma, pur con qualche somiglianza infatti.
io non sono il puma.
il puma non è me.
guarda quel puma!
che bello!
fine del discorso del puma e della lince
*
il cervo è il certo
nella sua voracità verso le più irrilevanti minuzie
pronte a sbriciolarsi
procedendo sulla strada di casa
drappelli di cervi pensavano di avvicinarsi di più al certo
elaborando montagne
dispiegando numeri e tabelle
abbaiare di cani
quanto più accerchiavano il cervo
il cane è il certo
offre i suoi dati segnaletici procedendo sulla strada di casa
queste nuove informazioni assieme a quelle che dispiegano l’origine
delle ali degli insetti
quegli atti notarili dietro i nomi degli insetti
per garantire la propria scomparsa
acquistando un profilo irripetibile e dato
come un abitante del nostro quartiere
nello spiraglio disabitato da cervi che talvolta incrociamo
lungo la strada di casa
per entrare nelle case della gente
hanno due paia di ali non le vediamo non perché siano trasparenti
quasi
organizzandosi nei sempre frequenti traslochi dell’aria da quiete a quiete
perché l’aria è il certo
l’aria nel respiro del cervo
l’interno di un’ampia varietà di case
disposte lungo la strada di casa
il cane è una preda ambita per i cervi
dopo un lungo addestramento in questa lotta con l’opaco
che il cervo secerne come un solido carapace
se ne libera con gesti di corna
il dorso della strada di casa
nella polvere posata sull’aria
intorno a questo
e l’abbaiare dei cani
*
libro
si porta il cibo alla bocca, sente di stare per tossire, lo rimette nel piatto.
non c’è più fame nel mondo.
la fame viene allontanata, non è più nel mondo ma nell’oltremondo.
l’umanità si estingue: non avendo più fame l’uomo non mangia e muore.
hanno fame nell’oltremondo i morti e mangiano gli uomini. non ci sono più sepolture e la terra è più leggera.
rimarranno solo i cani.
impareranno un linguaggio allo scopo di spiegare come si sia estinta l’umanità e su come rimpiazzare i morti con cani morti.
l’ho scritto. io sono uno di quei cani.
mi scuso per l’impianto debolmente digressivo di questo breve e potente testo tuttavia nel suo piccolo profetico.

Giuseppe Nava: La parte visibile
Giuseppe Nava
La parte visibile
È notte. Una grossa blatta rossastra è legata con uno spago a un cilindro grigio che sporge da una bottiglia di vetro. Le antenne e le zampe si muovono nell’aria. Una mano accende una fiamma sotto il cilindro grigio, che inizia a emettere scintille e fumo. Dopo qualche secondo, il razzo, con un sibilo, parte e scompare oltre i tetti delle case.
Le fiamme, enormi, lambiscono il parcheggio e il cortile, delimitato da una staccionata bianca. Il fumo è nero e grigio scuro e si alza veloce dall’incendio, spinto dal vento che piega le palme e scuote i tendaggi nel giardino.
Il soldato si muove tra due edifici di mattoni rossi. Il terreno è ingombro di grossi detriti di cemento. Il soldato, che porta un bazooka, si volta, annuisce, poi prosegue verso quella che sembra una grossa cuccia per cani. Ci monta sopra, prima in ginocchio, portandosi il bazooka su una spalla, poi tenta di alzarsi in piedi ma il tetto della cuccia cede e il soldato ci cade dentro.
Fiamme di un giallo-verde fosforescente sprigionano da un tombino nel mezzo di un viale alberato. Un uomo di spalle le osserva a distanza, filmando con lo smartphone.
Una ragazza, in canotta e pantaloni neri, è sdraiata sul marciapiede, con le ginocchia piegate, accanto a un muro color ruggine. Una mano sotto la testa, l’altra tiene una bottiglietta d’acqua in grembo. Scuote la testa a destra e sinistra. A un tratto alza la mano che teneva sotto la testa, come a fermare o scacciare qualcosa.
Il ragazzo coi capelli lunghi prende una breve rincorsa e si getta in mare dalla scogliera. Quindi inizia a nuotare verso un anfratto fra le rocce sottostanti. Riesce a tirarsi in piedi sulla pietra umida, ma scivola all’indietro con la risacca. Poi un’onda lo investe in pieno. L’acqua è tutta bianca e spumosa, lui scompare e riappare e riesce ad attaccarsi a uno dei grossi scogli. Cerca di arrampicarsi ma una nuova onda ancora più grossa della precedente lo fa sparire tra i flutti, e lo trascina oltre gli scogli. L’acqua lo porta più volte avanti e indietro sopra una lingua di pietra scura e liscia, finché non viene spinto abbastanza avanti da riuscire a tirarsi in piedi e a riguadagnare la riva.
Un’auto della polizia è parcheggiata lungo la strada davanti a una palazzina. Da una finestra del terzo piano si sporge una figura maschile vestita di nero, e lascia scivolare dalle mani una specie di corda. Quindi esce fuori dalla finestra, e tenendosi alla corda inizia a calarsi giù. Arriva fino alla finestra del primo piano, dove arriva al massimo la corda, quindi si lascia andare. Finisce mani a terra ma si rialza subito, scavalca agilmente la recinzione del giardino e correndo si allontana lungo la strada, guardandosi intorno.
Il ragazzo, a torso nudo, con indosso dei pantaloni neri, sta davanti a una parete di roccia grigia ripida e liscia. Con le mani dietro la schiena e la testa china, il ragazzo inizia a salire lungo la parete, spingendosi solo sulle punte dei piedi, dapprima con slancio, poi sempre più lentamente. Si vedono le gambe tremare per lo sforzo. Sale cinque, sei metri, quasi fino al margine della parete, contornato di alberi. Poi si muove lateralmente a passi piccoli e rapidi, e inizia a scendere, sempre sulle punte dei piedi, le mani dietro la schiena.
In un campo, secco e sassoso, un uomo sta a cavallo di una roggia dove scorre rapida dell’acqua fangosa. Indossa degli stivali di gomma bianchi, tutti macchiati di terra. Solleva una lastra di metallo esagonale, tenendola per due maniglie, la solleva fino alla testa e poi la spinge con forza nella roggia. La lastra si infila facilmente nella terra umida intorno alla roggia, e l’acqua rifluisce indietro scavalcando l’argine e riversandosi nel campo secco. L’uomo puntella la lastra con un bastone.
Viaggiando in moto lungo un viale cittadino, si affianca a uno scooter con a bordo due giovani e gli mostra il dito medio. I due giovani non lo guardano. Lui, o lei, non si accorge della macchina ferma sulla sua corsia e ci si schianta contro.
L’autotreno, dalla motrice nera, è fermo, mezzo accartocciato contro lo spartitraffico di cemento. Un uomo, maglietta bianca e cappellino da baseball nero, picchia una lunga barra metallica contro il finestrino della motrice, finché non si frantuma. Quindi si arrampica sulla pedana semidivelta, poi su quello che resta del passaruota, si sporge dentro al finestrino da cui continuano a cadere frammenti di vetro, e apre la portiera; quindi entra nell’abitacolo. Un’altra persona, in tuta nera e berretto, si avvicina.
Due uomini, uno dei quali con una motosega, stanno chini nei pressi di un albero, spoglio e senza rami, cresciuto attaccato alla facciata di un edifico di due piani. L’albero è alto più del doppio dell’edificio, davanti al quale si apre una piazza. Ai bordi della piazza si sono radunate molte persone, il cui vociare è forte quanto il rumore della motosega. A un tratto i due uomini arretrano di qualche passo. L’albero inizia a pendere, con velocità crescente, e nella caduta si dirige verso la folla assiepata sul lato destro della piazza. La gente inizia a gridare. Uno dei due uomini molla la motosega e si lancia verso l’albero, spingendo il tronco in modo da deviare la traiettoria della caduta. La folla si disperde. Due uomini e un bambino corrono verso il centro della piazza. La spinta dell’uomo della motosega riesce a direzionare il tronco verso il centro della piazza, e con uno schianto tremendo l’albero va a cadere tra i due che stavano correndo, mentre la punta manca di un metro il bambino. L’albero si frantuma in pezzi. Uno dei due uomini inciampa sul tronco e cade, l’altro resta come impietrito, il bambino scappa nella direzione opposta. Altri bambini e ragazzi corrono verso il tronco e ne raccolgono dei frammenti.
Su una spiaggia, di notte. Il cielo è nero e la luna è piena. Un faro, o una torcia, illumina l’uomo con la canna da pesca; più in là, si vede la schiuma delle onde che raggiungono la battigia. Il pescatore, muovendo la canna, fa roteare la lenza, a cui è attaccato un galleggiante luminoso. La fa roteare tre, quattro, cinque volte, poi dà lo slancio verso il mare. Il galleggiante segue una parabola lunghissima, nel cielo nero, fino a scomparire.

Marco Mazzi intervista Massimo Becattini sul cinema d'artista
San Domenico di Fiesole, 5 Giugno 2025. A cura di Marco Mazzi. Camera: Emanuele Parrini. Sonoro: Manuela Patti
Inediti di Fabio Lapiana
Fabio Lapiana
Tre inediti
critica del dispositivo 1
va posizionato sul torace al centro
del petto in corrispondenza dell’ascel-
la in alternativa si può applicare
anche sul lobo dell’orecchio sul volto
in modo tale da coprire sia il naso che
la bocca principalmente sulla parte su-
periore della fronte all’altezza della
nuca o sull’ultima falange di un dito
oppure all’interno della stanza a venti
centimetri dal centro con il logo rivol-
to verso l’alto con un angolo di 25° gra-
di a destra o a sinistra a circa 1,5 mt
dal pavimento evitando fonti di calore
finestre e porte su una superficie di lavo-
ro piana lontano da acqua ristagni d’acqua
e recipienti contenenti acqua va posizio-
nato a mano al riparo dal sole e in piena
corrente d’aria con il foro di ingresso
verso l’alto al buio ad una distanza com-
presa tra 30 e 60 cm nell’area maggior-
mente colpita in corrispondenza della
barriera a circa 20 cm. da terra, nel
punto stabilito evitando di metterlo
dietro masse ferrose cieche direttamen-
te nel terreno all’interno della galleria
o all’uscita della tana in corrispondenza
della presa elettrica più vicina seguendo
semplici istruzioni evitando il contatto
con elementi di ferro a distanza di sicurez-
za dal muro laterale in alto sulla parete
ma non troppo vicino al soffitto sempre
in orizzontale mai in verticale lontano
dalla vista diretta non ci devono essere
mobili complementi d’arredo o qualsia-
si altra cosa
*
critica del dispositivo 2
è semplice economico e di facile
istallazione un sensore verifica ed
attiva un segnale sonoro basta at-
taccarlo attraverso la pratica clip
dal momento che il cavo è identico
su entrambe le estremità è semplice
da indossare e non richiede un parti-
colare addestramento all’uso è inter-
facciabile con la comune strumenta-
zione bastano 3 passaggi con la pres-
sione di un tasto non necessita di pro-
grammazione né di appositi strumenti
di monitoraggio ed è facilissimo da
usare da parte di chiunque è affidabile
e preciso nel tempo di risposta senza
tener conto né del materiale né del
colore o la forma dell’oggetto è disin-
seribile con un click è piccolo e ma-
neggevole ed è dotato di due sensori
uno frontale e uno posteriore è clinica-
mente affidabile facile da trasportare
e pensato soprattutto per chi vive o
lavora a contatto con la natura in am-
bienti freddi o in incubatori operando
a temperatura ambiente basta attaccar-
lo alla corrente posizionare gli elettrodi
sull’area di interesse e premere il pul-
sante di avvio grazie al display permette
una facile interpretazione dei risultati
c’è una struttura fissa e un’anta che si
ritrae all’indietro non si può sbagliare
meno di 10 minuti per sbrigare il tutto
richiede la semplice lettura della lancet-
ta collegata al preciso misuratore inte-
grato è inoltre dotato di una valvola a
rilascio rapido veloce da utilizzare e
garantisce ottimi risultati con un fascio
di luce molto più forte una volta confi-
gurato funziona in maniera autonoma
ed è semplice da riparare in caso di guasto
*
(Shhhhh)
qualcuno sta tramando qualcosa sta facendo
un gioco sporco il doppio gioco il triplo gioco
un gioco d’ombra opaco nebbioso le cose non
sono quelle che sembrano non quadrano non
sono come si deve le cose non sono mai come
sembrano il campo indiziario è stato manomes-
so le notizie sono state manipolate le imma-
gini falsificate le cose non sono andate come
dicono le cose non vanno mai come dicono
loro come dicono loro è falso loro mischiano
le carte loro intorbidano le acque loro metto-
no microspie ascoltano le telefonate filtrano
il flusso dei dati fanno appostamenti fanno
pedinamenti costruiscono diversivi organiz-
zano distrazioni simulano eventi nascondo-
no i fini non ci si può fidare di nessuno tutti
mentono hanno occhi dappertutto hanno
mille occhi hanno tantissimi occhi hanno
orecchi dappertutto tentacoli dappertutto
tirano i fili tirano le fila hanno il controllo
sono ovunque l’idraulico il tecnico del gas
la centralinista la panettiera il garzone l’inse-
gnante l’imbianchino la gelataia la coppia
con la carrozzina il vecchietto che avanza
zoppicando l’uomo che si allaccia la scarpa
la donna che si accende la sigaretta i ragazzi
che giocano a basket la commessa del nego-
zio di scarpe l’infermiera il primo tassista il
secondo tassista il cameriere (proprio lui)
seduti al tavolino del bar si fingono poeti
scrittori giornalisti commediografi ubriaco-
ni è una cosa grossa un grande complotto
una vera cospirazione ci sono di mezzo i
servizi segreti la polizia c’è la mafia inte-
ressi di paesi stranieri le banche la chiesa
i preti sono tutti coinvolti sono tutti com-
plici tutti sanno nessuno parla tutti sviano
cambiano discorso non rispondono alle
domande si girano dall’altra parte si striz-
zano l’occhio si toccano i capelli in un certo
modo si strofinano il naso si sfregano le
mani passano accanto fischiando quella
canzone anche i colori dei vestiti sono
un codice è un formicaio di spie fanno
finta di niente non smettono di osserva-
re annotano appuntano calcolano regi-
strano depistano e al momento giusto
tirano fuori le prove

Un testo di Mariangela Guatteri da "Casino Conolly" (edizioni del verri, 2024)
Mariangela Guatteri
Estratto da Villa Valsalva
(in Casino Conolly, il verri, 2024)
Zona sottoposta a Controllo di Comunità. Il quadro burocratico è l’ambiente di Villa Valsalva. Tutto ciò che può accadere è dietro le finestre della villa. Da qui si controlla a vista l’ambiente esterno dove non succede nulla se non ciò che non può ancora essere controllato. Per l’incolumità di tutti la zona è video-sorvegliata. La grandine che devasterà il curatissimo giardino non è ancora del tutto sotto controllo. Tutto ciò che viene visto dalla finestra è oggetto di congetture.
Gli influssi della medicina positivista pervadono ancora un metodo squisitamente osservativo e riservano il concetto di “psiche” all’anima.
Nella Comunità di Villa Valsalva ogni individuo è libero di esprimere sé stesso. Al centro di ogni discussione è collocato l’Uomo: le sue esigenze, i suoi diritti.
Una Comunità che si guarisce affrontando le proprie contraddizioni.
Nella Villa ci sono tanti appartamenti quante sono le Comunità; piccoli appartamenti, seguendo l’ineluttabile destino del ridimensionamento.
- Troppo spazio isola dalle qualità che sorgono nello spazio!
- Troppo poco spazio ci lascia in balia di qualsiasi evento!
- Troppo poco spazio rende più facile a un altro elemento di prendere il sopravvento!
- E di determinare le nostre azioni!
Questa la sintesi del dibattito. Tutto appare solido e impenetrabile.
Affinità e diversità di pensiero, problematiche complesse non ancora approfondite, sfociano nella decisione di un reinserimento dei comunitari in aumento nello spazio via via ridimensionato, avviando l’organizzazione di gite, eventi ludici, creativi e religiosi extra.
Un esempio molto bello è la partecipazione attiva di tutti al gioco delle maschere, al travestimento e al teatrino delle finzioni, e la creazione di rapporti di vicinanza stretta, come elementi dell’insieme logico e responsabile “Valsalva”.
In occasione della Santa Messa di Dicembre, giunge il Vescovo e i comunitari cantano in coro, preparati da una donna che da oltre trent’anni cura la parte musicale degli spettacoli. Per la prossima ricorrenza il tema ispiratore è Solo Comunità Protette dove si potrà entrare. Uscirne non è una buona idea.
Tutto ciò che accade accade a Villa Valsalva.
Durante la simulazione di un allarme atomico, qualche giorno prima della ricorrenza di dicembre, l’uscita in massa di tutti i membri delle Comunità fu invece un esodo fulmineo e definitivo: Villa Valsalva svuotata e abbandonata dai corpi in un solo istante. Il tema ispiratore sembrò essersi d’incanto fermato: nell’ambiente del Perruquier le riviste sono incollate sui tavoli come figurine adesive e bigodini e nastri e chignon fissati come impronte sui muri, con ogni dettaglio. Una signora nella sua ultima attesa è spalmata sulla poltroncina davanti al lava-parrucche; ha una figura deliziosa.
Il seggio elettorale è immutato, la bacheca delle chiavi, lo sportello anagrafico sono nella medesima posizione, e così tutti i nomi, con i loro volti fotografati, in ordine tra le cose. Le tante cose, interi reparti e in ognuno una scala munita di ruote.
Tutto ciò che accade accade a Villa Valsalva, dove è incoraggiato l’uso dei codici sconto per gli elettrodomestici e l’adesione alle campagne promozionali. Le gite sociali con degustazioni sulle terrazze panoramiche sono sempre più frequentate. Nessuno è mai lasciato solo.
L’aggiornamento dei dispositivi di ricezione è automatico e obbligatorio; la modalità di trasmissione viene attivata con tempi casuali ed è vivamente consigliata la comunicazione di qualcosa. Il protocollo comunicativo prevede l’invio dello screen-shot della finestra di controllo relativa all’appartamento della propria Comunità. Dalla rispettiva area personale si esegue il monitoraggio tramite ispezione oculare attraverso la finestra e si invia documentazione fotografica.
L’ultimo screen-shot inviato appena prima della simulazione dell’allarme atomico mostrò la vista sul lato sud del “Giardino della Specie” intensamente illuminato
sulla curva del confine col cielo, oltre un particolare ingrandito di un ammasso di gemme rigonfie in modo abnorme per la stagione in corso. Le foglie che circondavano le gemme erano un’esplosione di varietà, dimensione e verde.
Tutto ciò che viene visto dalla finestra è oggetto di congetture; ogni trasmissione di screen-shot è commentato dai comunitari. Il vigilante comunitario di turno lo vide, questo ultimo screen-shot, e diede avvio alla sequela di congetture.
Ognuno espresse la propria opinione.
A Villa Valsalva tutti hanno un’opinione su quanto trasmesso da tutti tramite gli appropriati dispositivi. Sono graditi gli apprezzamenti e la condivisione degli stati emotivi suscitati dalle varie ricezioni e dalle stesse personali trasmissioni.
Ogni trasmissione è pubblica, così come ogni ricezione. Nessuno ha niente da nascondere agli altri attuali 32.000 comunitari.
A Villa Valsalva ci sono tanti appartamenti quante sono le Comunità; piccoli appartamenti.
Ogni comunità conta ad oggi, in media 34 comunitari.
Piccoli appartamenti da terra a tetto composti da un vano a piano.
Torri da 25 a 37 piani servite ognuna da montacarichi, scala anti-incendio, Terrazza Panoramica Comunitaria, Lavatoio Comunitario, Scantinato Comunitario ripartito in privé per la visione dell’osceno tramite spioncino sulla Sala Massaggio e ginnastica.
Loro, i comunitari, hanno il potere; e il potere si mette in gioco ogni istante in piccole parti singole.
Ogni gioco ha regole, norme precise, come la perfetta coabitazione tra piccole parti singole; come lo schema teorico del potere.
A Villa Valsalva nessuno detiene il potere; tutti lo esercitano in tutto lo spessore e su tutta la superficie comunitaria esistente, secondo un sistema di relè, di connessioni, di trasmissioni, di distribuzioni.
La commissione amministrativa della Villa non manca di sottolineare l’ordine, la quiete, la nitidezza della Comunità ad ogni assemblea annuale. La Gazzetta spesso riferisce le visite importanti ricevute giornalmente dalle Comunità.
Ognuno è sempre pronto a rendere servizio e nella torre di ogni comunità si trova sempre soddisfazione.
Il primo screen-shot del turno personale è in modalità auto-scattante, con il volto del comunitario inquadrato a fianco della finestra d’osservazione, e una dichiarazione. Come ad esempio: «Sono pronto ad ogni servizio. Mi sento buono e intelligente. Ho modi cortesi, ossequiosi. Sono ubbidiente e sempre dello stesso umore».
Le torri di Villa Valsalva sono collegate tra loro ad ogni piano. Il processo di progressiva riduzione degli appartamenti modifica la procedura di definizione dello spazio pubblico, dello spazio privato, del transito nelle

Nota
L’immagine è estratta dal capitolo “Tavole sinottiche” di Casino Conolly, edizioni del verri, 2024, https://www.ilverri.it/magazine/3939/casino-conolly/















