In Esiste la ricerca7 Aprile 20254 Minuti

Un inedito di Gherardo Bortolotti

By MTM

Gherardo Bortolotti

Fine agosto

 

Che poi il problema non è trovare un grado zero delle cose, una tecnica di livello così basso finalmente da capirle e governarle insieme, ma fare i conti con la continua, inesausta, endemica generazione dei singoli eventi, dei casi sparsi, delle vicende nuove e contemporanee che mi spingono avanti, avanti con il fronte d’onda della realtà senza misura.

 

Quindi telefono ad Alice che mi risponde in attesa di entrare in qualche museo nel cuore dell’Europa, con il timbro cristallino delle sue risate durante il racconto di una piccola vicenda di viaggi in taxi, mentre la immagino guardare gli altri visitatori in coda con lei, dissipata nell’incremento di eventi concomitanti, come gesti con le mani, stormire di foglie, qualcuno che apre una bottiglia d’acqua, a cui non risulto presente o comunque necessario.

 

Ma poi l’ondata generale delle circostanze, che percorre le spiagge della luce e del presente, si compone nel gesto che faccio, fermandomi in bicicletta davanti a un tabaccaio per prendere le sigarette e, nel frattempo, mi passa di fianco un vecchio signore con un cane piccolo, bruttissimo e allegro, lasciandosi dietro il profumo di qualche dopobarba antico nell’aria di questa sera di fine agosto.

 

Dopodiché incontro in un bar del centro questo che vuole parlarmi di un progetto per un gruppo di ragazze di seconda generazione e mentre mi racconta il suo viaggio in Provenza continuo a fissare le striature delle nuvole, le gradazioni dell’azzurro, del celeste e del cobalto e penso che sta finendo l’ennesima estate senza redenzione né pace.

 

Così, steso sul lettino a bordo piscina, mi appoggio sulla faccia la copia della Historia Augusta che sto leggendo e provo ad ascoltare tutti i suoni prodotti in questo momento perfetto sotto il sole di fine agosto, lo sciabordio dell’acqua, le frasi in tedesco, in italiano, francese, il ronzio di qualche macchinario ignoto, la canzone di Shakira che arriva dal bar, il pulsare del mio sangue, il mormorio numinoso dell’aria e della cavità del cielo.

 

Ma è adesso, per esempio, frequentando le esposizioni dell’Ikea, le camere da letto, i salotti composti in pochi metri quadrati, che sembrano già i diorami dei musei del futuro, dedicati a civiltà minori dedite al decoro e al tempo libero passato nelle proprie stanze, che mi sento l’unico fantasma che infesta le mie giornate, la vita comunque implausibile dei miei simili.

 

E come tante altre volte anche ora mi rivolgo alle terre desolate della mia giornata lavorativa dall’altopiano di un mattino luminoso, come la gioia, e rimango sul balcone in ciabatte, indeciso sulle decisioni da prendere, non tanto in merito alla mia vita ma sui prossimi minuti, quando dovrò rispondere alla prima telefonata del giorno, alla prima e-mail di un collega su questioni indecifrabili.

 

Nel frattempo svuoto la lavatrice mentre canto: “Everyone is a prostitute / singing a song in prison” senza ricordare il resto della canzone, raccogliendo a manciate i calzini umidi, i boxer colorati, e sento dalla finestra aperta una bambina che chiama, a gran voce: “Ghulam! Ghulam!” per poi star zitta qualche minuto e ricominciare a chiamare.

 

Sarebbe anche bello però, alla fine di questa bizzarra avventura, poter leggere le note di laboratorio che sicuramente qualche divinità dell’oltrespazio sta tenendo sulle mie vicende spaiate, essendo convinto in verità che come sono grottesco io così troverò lei, legata dalle sue vette disumane a me che inciampo, per dire, uscendo dal bar.