In Esiste la ricerca30 Giugno 20258 Minuti

Alessandro De Francesco: un testo (VIII) da Untitled-1.odt (Catabasi)

By MTM

Alessandro De Francesco

Un testo (VIII) da Untitled-1.odt (Catabasi)

 

Mi posiziono sul fondo del fiume, là dove le piante rimbalzano indietro, mi posiziono sotto i mobili, al quarantesimo piano, e mi annovero tra gli osservatori. Da un lato percepisco peli, polvere sparsa nel sistema solare, un pettine, tubi gelatinosi, lo sguardo di un animale, qualche parola scritta su un foglietto vicino al telefono. Dall’altro è la devastazione, fulmini nel cielo giallo, gente accovacciata su una lastra di cemento dietro un edificio sventrato che scalda il parabrezza di un’auto, gente in divisa in un parco di periferia pieno di macerie, collinette di ghiaia, scheletri di ombrelli gettati nei buchi dell’asfalto. È possibile scegliere, è possibile sbagliare, i muri sono scuri e su di essi è impresso il nome dell’azienda, scritto in lettere di metallo dorato. L’auto si ferma in una zona industriale nei pressi della stazione, dalle fessure del terreno spunta l’erba, vengono posati a terra fasci di oggetti oblunghi, dal bagagliaio si tirano fuori tappeti arrotolati e piccoli elettrodomestici. È in questa zona periferica e intermedia, alla quale spesso i viaggiatori non prestano attenzione, che avviene l’incontro. Il corpo viene fatto passare attraverso un muro interrotto da un rubinetto che non è più in funzione, la telecamera si sposta lateralmente per registrare lo scambio, un microfono viene posto sopra il respiro, vengono fornite alcune informazioni, poi il corpo è consegnato. Mentre ciò accade, delle strade vuote brillano nel vento che le inonda, degli esseri ricevono la cura di cui hanno avuto a lungo bisogno e si formano vortici in uno stagno. Tutti questi fenomeni si corrispondono da qualche parte, tutti i fenomeni qui descritti risultano essere in connessione non locale, ma molto più tardi, quando questa ricerca sarà finita. È possibile, però, sentire i legami che si intrecciano e prendere decisioni all’interno delle fibre che essi formano, perché le cose e i corpi, il vento e i pensieri si presentano a noi nel loro orientamento orizzontale e diffuso, lasciandoci intendere la descrizione di un luogo dove non ci saranno più prevaricazioni, né gerarchie, né violenza né dominio. Questo luogo, che sfugge a ogni tentativo di nominazione, si distende su un pendio obliquo, mentale, dove la luce non ha provenienza e il buio serve ad ascoltare. Sentiamo molte cose con il respiro che viene pazientemente registrato. Inizialmente non riusciamo a comprendere come una singola figura, a seconda della sua disposizione, possa produrre l’insieme della materia e del significato, campo che preesiste alla nascita dello spazio e del tempo, scrittura cuneiforme. A poco a poco, lungo i pali della luce che si susseguono ai lati della strada ci rendiamo conto del fatto, e questa frase potrebbe fermarsi qui, ma può anche continuare: ci rendiamo conto del fatto che un sistema non è mai isolato. Risponde alle condizioni dell’ambiente in cui è immerso, reagisce agli stimoli di altre sostanze. La questione dell’osservazione quantistica si riduce a questo, non abbiamo bisogno di un osservatore umano affinché i fenomeni avvengano perché qualsiasi fenomeno che non sia isolato interagisce con gli altri, così ha luogo una forma di osservazione che determina il comportamento di un sistema a livello locale, mentre altri comportamenti alternativi potrebbero aver luogo fuori dalla membrana, in fondo alla strada. Ho deciso così di perdermi girando l’angolo, perché nessun osservatore è solo nella sua individualità, sistemi e osservatori si mescolano di continuo e il soggetto cambia forma a seconda dei contesti, degli anni, dei mobili e delle finestre di una stanza, delle persone che siedono attorno a un tavolo e parlano. L’asse si inclina, il giorno declina e il corpo, durante l’incontro, viene fatto passare da un lato all’altro del muro di un garage. Lo ricevono quanto siamo capaci di vedere solo come mani, i dati si moltiplicano, verde su nero, poi la telecamera si allontana dalla scena e scopriamo che il garage ha solo tre pareti e non confina con altri spazi, i garage limitrofi sono stati distrutti, restano solo macerie tutt’intorno, poi bianco digitale con linee che tracciano uno spazio inesistente. Possiamo dire che questo garage è isolato? Anche in tali condizioni, il passaggio di questo corpo che vive e respira interagisce con le macerie e con l’erba che cresce attraverso, con le rotaie interrotte che passano davanti, con il capannone industriale dove è già notte, poco più lontano nello spazio. Nel capannone, che osserviamo dopo la griglia digitale, si tagliano e si intrecciano fili, è qui che i tappeti vengono arrotolati e portati giù, sotto la luce accecante del sole allo zenit, per accatastarli nei bauli e portarli fuori dalla zona. Nessuno tra coloro che compiono quest’azione si accorge del passaggio del corpo, sebbene avvenga nella stessa porzione di spazio, sovrapposto ai resti del cemento, del capannone e del parabrezza che lentamente si scioglie sul fuoco, si formano bolle sulla sua superficie, poi la scena si interrompe su dati che scorrono velocissimi e senza margini, le cifre sono verdi come il pezzo di plastica di cui un tempo fu determinata la forma per adattarla ad un veicolo che nel frattempo si è vaporizzato, assumendo direzioni molteplici e disperse, perdendo così la sua destinazione unica, la sua logistica, il suo uso iniziale. Allo scorrimento dei codici digitali si sovrappongono di volta in volta i flash di una poltrona vicino a una finestra e di un banano, poi un piatto con del cibo, una mano che accarezza la testa di un bambino, l’anta di un mobile che si chiude con una calamita. Se davvero tutto ciò che è sovrapposizione potesse essere pensato sotto forma di un’alternativa o di una scelta, se fosse possibile perdersi in un fermo immagine un po’ più lungo del passaggio del corpo, fino all’arresto dell’immagine stessa e al disvelamento della sua funzione simbolica, la nostra testa, i nostri tegumenti, potrebbero finalmente toccare la superficie molle del nucleo, e una distesa mentale si diffonderebbe, come un liquido, dai solchi dell’esperienza, da sotto la superficie delle stelle.