Giuseppe Nava: La parte visibile
Giuseppe Nava
La parte visibile
È notte. Una grossa blatta rossastra è legata con uno spago a un cilindro grigio che sporge da una bottiglia di vetro. Le antenne e le zampe si muovono nell’aria. Una mano accende una fiamma sotto il cilindro grigio, che inizia a emettere scintille e fumo. Dopo qualche secondo, il razzo, con un sibilo, parte e scompare oltre i tetti delle case.
Le fiamme, enormi, lambiscono il parcheggio e il cortile, delimitato da una staccionata bianca. Il fumo è nero e grigio scuro e si alza veloce dall’incendio, spinto dal vento che piega le palme e scuote i tendaggi nel giardino.
Il soldato si muove tra due edifici di mattoni rossi. Il terreno è ingombro di grossi detriti di cemento. Il soldato, che porta un bazooka, si volta, annuisce, poi prosegue verso quella che sembra una grossa cuccia per cani. Ci monta sopra, prima in ginocchio, portandosi il bazooka su una spalla, poi tenta di alzarsi in piedi ma il tetto della cuccia cede e il soldato ci cade dentro.
Fiamme di un giallo-verde fosforescente sprigionano da un tombino nel mezzo di un viale alberato. Un uomo di spalle le osserva a distanza, filmando con lo smartphone.
Una ragazza, in canotta e pantaloni neri, è sdraiata sul marciapiede, con le ginocchia piegate, accanto a un muro color ruggine. Una mano sotto la testa, l’altra tiene una bottiglietta d’acqua in grembo. Scuote la testa a destra e sinistra. A un tratto alza la mano che teneva sotto la testa, come a fermare o scacciare qualcosa.
Il ragazzo coi capelli lunghi prende una breve rincorsa e si getta in mare dalla scogliera. Quindi inizia a nuotare verso un anfratto fra le rocce sottostanti. Riesce a tirarsi in piedi sulla pietra umida, ma scivola all’indietro con la risacca. Poi un’onda lo investe in pieno. L’acqua è tutta bianca e spumosa, lui scompare e riappare e riesce ad attaccarsi a uno dei grossi scogli. Cerca di arrampicarsi ma una nuova onda ancora più grossa della precedente lo fa sparire tra i flutti, e lo trascina oltre gli scogli. L’acqua lo porta più volte avanti e indietro sopra una lingua di pietra scura e liscia, finché non viene spinto abbastanza avanti da riuscire a tirarsi in piedi e a riguadagnare la riva.
Un’auto della polizia è parcheggiata lungo la strada davanti a una palazzina. Da una finestra del terzo piano si sporge una figura maschile vestita di nero, e lascia scivolare dalle mani una specie di corda. Quindi esce fuori dalla finestra, e tenendosi alla corda inizia a calarsi giù. Arriva fino alla finestra del primo piano, dove arriva al massimo la corda, quindi si lascia andare. Finisce mani a terra ma si rialza subito, scavalca agilmente la recinzione del giardino e correndo si allontana lungo la strada, guardandosi intorno.
Il ragazzo, a torso nudo, con indosso dei pantaloni neri, sta davanti a una parete di roccia grigia ripida e liscia. Con le mani dietro la schiena e la testa china, il ragazzo inizia a salire lungo la parete, spingendosi solo sulle punte dei piedi, dapprima con slancio, poi sempre più lentamente. Si vedono le gambe tremare per lo sforzo. Sale cinque, sei metri, quasi fino al margine della parete, contornato di alberi. Poi si muove lateralmente a passi piccoli e rapidi, e inizia a scendere, sempre sulle punte dei piedi, le mani dietro la schiena.
In un campo, secco e sassoso, un uomo sta a cavallo di una roggia dove scorre rapida dell’acqua fangosa. Indossa degli stivali di gomma bianchi, tutti macchiati di terra. Solleva una lastra di metallo esagonale, tenendola per due maniglie, la solleva fino alla testa e poi la spinge con forza nella roggia. La lastra si infila facilmente nella terra umida intorno alla roggia, e l’acqua rifluisce indietro scavalcando l’argine e riversandosi nel campo secco. L’uomo puntella la lastra con un bastone.
Viaggiando in moto lungo un viale cittadino, si affianca a uno scooter con a bordo due giovani e gli mostra il dito medio. I due giovani non lo guardano. Lui, o lei, non si accorge della macchina ferma sulla sua corsia e ci si schianta contro.
L’autotreno, dalla motrice nera, è fermo, mezzo accartocciato contro lo spartitraffico di cemento. Un uomo, maglietta bianca e cappellino da baseball nero, picchia una lunga barra metallica contro il finestrino della motrice, finché non si frantuma. Quindi si arrampica sulla pedana semidivelta, poi su quello che resta del passaruota, si sporge dentro al finestrino da cui continuano a cadere frammenti di vetro, e apre la portiera; quindi entra nell’abitacolo. Un’altra persona, in tuta nera e berretto, si avvicina.
Due uomini, uno dei quali con una motosega, stanno chini nei pressi di un albero, spoglio e senza rami, cresciuto attaccato alla facciata di un edifico di due piani. L’albero è alto più del doppio dell’edificio, davanti al quale si apre una piazza. Ai bordi della piazza si sono radunate molte persone, il cui vociare è forte quanto il rumore della motosega. A un tratto i due uomini arretrano di qualche passo. L’albero inizia a pendere, con velocità crescente, e nella caduta si dirige verso la folla assiepata sul lato destro della piazza. La gente inizia a gridare. Uno dei due uomini molla la motosega e si lancia verso l’albero, spingendo il tronco in modo da deviare la traiettoria della caduta. La folla si disperde. Due uomini e un bambino corrono verso il centro della piazza. La spinta dell’uomo della motosega riesce a direzionare il tronco verso il centro della piazza, e con uno schianto tremendo l’albero va a cadere tra i due che stavano correndo, mentre la punta manca di un metro il bambino. L’albero si frantuma in pezzi. Uno dei due uomini inciampa sul tronco e cade, l’altro resta come impietrito, il bambino scappa nella direzione opposta. Altri bambini e ragazzi corrono verso il tronco e ne raccolgono dei frammenti.
Su una spiaggia, di notte. Il cielo è nero e la luna è piena. Un faro, o una torcia, illumina l’uomo con la canna da pesca; più in là, si vede la schiuma delle onde che raggiungono la battigia. Il pescatore, muovendo la canna, fa roteare la lenza, a cui è attaccato un galleggiante luminoso. La fa roteare tre, quattro, cinque volte, poi dà lo slancio verso il mare. Il galleggiante segue una parabola lunghissima, nel cielo nero, fino a scomparire.



