Storie senza frontiere

MARIA CHIARA

ELDA, Chirurga vascolare, Vicepresidente MSF

Ma chi gliela dà tutta questa energia?!?

Potrebbe essere mia nonna. Solo che mia nonna ora sarà sicuramente davanti alla TV, mentre lei mi trascina a un convegno di chirurgia vascolare in Sicilia. E io devo sforzarmi di mantenere il suo passo.

È la vicepresidente di Medici Senza Frontiere ed è anche la mia prof di Chirurgia vascolare. È il mio mito.

Le chiedo: “Prof, quando si è specializzata lei, quante donne c’erano nel suo corso?”

Mi risponde: “Allora ero l’unica. L’assistente del professore mi chiedeva ogni santo giorno: “Ma lei cosa ci fa ancora qui? Il posto di una donna è in Pediatria!”. Sono rimasta in Chirurgia soprattutto per fargli dispetto.
Anche se non ho potuto iniziare subito con le missioni umanitarie. Ho dovuto aspettare i miei cinquant’anni per andare in Burundi, perché mi avevano detto che se volevo fare carriera universitaria dovevo abbandonare l’idea strampalata di andare a operare in posti pericolosi.”

“Prof, anche a me piacerebbe operare nelle missioni umanitarie! Ma il mio ragazzo non vuole, sostiene che è pericoloso e che se voglio farmi una famiglia devo levarmi queste idee dalla testa.”

La prof si ferma di botto e si piazza davanti a me: “E tu mollalo! Non dovresti stare con uno che non ti lascia fare un’esperienza professionale e umana che tu ritieni importante. Per svolgere professioni impegnative, gli unici due requisiti richiesti sono volerlo fortemente e innamorarsi di una persona che non ci ostacoli. L’innamoramento prima o poi passa, e se non si trasforma in qualcosa di più profondo, la relazione salta. Se poi il partner è convinto che la pasta debba cucinarla per forza la donna, va mollato subito. Stare con una persona intelligente è un requisito fondamentale. Punto!

Miei cari, lavorare per MSF è un’esperienza che apre il cuore! In zone del mondo dove la sanità è ancora un lusso per ricchi, noi curiamo chiunque gratuitamente, e questa è una vera rivoluzione. Quando pronunciamo il giuramento di Ippocrate, noi medici ci impegniamo a curare ogni paziente con uguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica.

In MSF gli standard minimi di assistenza sono sempre garantiti. Pensate che in caso di catastrofi naturali i nostri logisti sono in grado di allestire un ospedale in quarantotto ore, con tutto ciò che serve per affrontare due o tre giorni di interventi chirurgici. Ma quello che mi fa davvero impazzire è l’ospedale gonfiabile! Avete mai visto i gonfiabili per bambini? Be’, il principio è lo stesso. Si mette a terra una copertura apposita, si appoggia sopra la struttura gonfiabile, si attacca il generatore, et voilà! In un quarto d’ora hai un minuscolo ospedale composto da una serie di tende pneumatiche dotate di tutti i servizi e completamente autonomo per energia e acqua!

Ma sapete cosa mi piacerebbe riuscire a introdurre oggi in MSF se avessi una bacchetta magica? Vorrei che gli specializzandi degli ultimi anni potessero già operare con MSF, almeno nei contesti meno pericolosi. Lavorare in un contesto con risorse limitate costringe un medico a contare su ciò che ha studiato, ma soprattutto sulle proprie mani e sui propri occhi. Mettersi alla prova con MSF quando sei ancora uno specializzando ti renderebbe un medico diverso per tutta la vita. Di questo sono convinta.” Così dice Elda.

Il personale di bordo ci invita a spegnere i telefoni. Prendo lo smartphone, seleziono la chat con il mio ragazzo e digito velocemente, prima di ripensarci: “Marco, partirò per una missione umanitaria. E’ importante per me e quindi per noi, se ci tieni a me. Ne parliamo appena torno a casa. Ma non cambierò idea”. Aggiungo tre cuori, invio e stavolta spengo davvero.

 

ALESSIA

Candida, 38 anni, responsabile comunicazione      

Seduti davanti al gate, due anziani si guardano intorno intimoriti. In un trolley hanno stipato i vestiti e nell’altro i dolci catanesi per i nipotini. Stanno andando a Milano a trovare il figlio e la sua famiglia.
Davanti a loro passa un gruppo di ragazzi con piercing e tatuaggi. L’uomo della coppia considera: “Nostro figlio non l’ha fatto mai un tatuaggio; è uno serio assai, lui, pensa solo al lavoro e alla famiglia. Che il Signore lo benedica.

La moglie, a sentire nominare il Signore, si fa subito il segno della croce. “Ogni generazione ha la moda sua”.
“Ma qui non si tratta di moda, si tratta di decenza. Qui i masculi sembrano fimmine, e le fimmine masculi. Io non ci capisco più niente. Alieni, ecco cosa sono”.

Nel posto libero vicino a loro si siede una donna. Sta parlando al telefono tutta infervorata. Finalmente lei chiude la telefonata. “Goddamn motherfucking shit”.
Non c’è bisogno del traduttore dall’inglese all’italiano per capire che è una sfilza di imprecazioni.

Poi si rivolge in italiano ai due anziani: “Scusate se vi ho disturbati con la mia telefonata. Ma voi lo sapete che in questo momento in Ciad c’è una crisi umanitaria senza precedenti che riguarda almeno trecentomila persone?”
“E certo che non lo sapete! Nessuno lo sa, perché i giornalisti non pubblicano le notizie che mando! Il CIad è un Paese africano che a est, al confine con il Sudan e il Darfur, ha un campo profughi che…”

L’uomo della coppia chiede perplesso: “Mi scusi signorina, ma le Darfur non erano caramelle?”
“No, quelle sono le Dufour!”
“Comunque in questo campo profughi ci sono migliaia di persone che hanno giusto qualche tenda, capite? Di recente, ho conosciuto un ragazzo del Darfur che abitava lì con la moglie e un bambino piccolo. Due anni prima i guerriglieri avevano bruciato il villaggio vicino al suo e lui era dovuto scappare con la moglie, che allora era incinta del nono mese. Non potevano aspettare il parto: restare lì significava morire di sicuro. Hanno camminato tutto il giorno e la sera si sono fermati in un villaggio già abbandonato. Sono entrati in una capanna e si sono sistemati per terra. Durante la notte, però, lei è entrata in travaglio. Erano soli, inesperti, in un villaggio deserto. Lui non sapeva come aiutarla, così ha corso alla luce delle stelle fino al villaggio più vicino per cercare una levatrice. All’alba la moglie, aiutata dalla donna, ha partorito il piccolo Alì.”

“Oh Signore, come Maria e Giuseppe” commenta la signora.
“Esatto, ma più di duemila anni dopo! Si sono fermati due giorni in quella capanna abbandonata perché lei potesse riprendere le forze e poi si sono rimessi in cammino, riuscendo a superare la frontiera e a raggiungere il campo profughi. Ora sopravvivono grazie agli aiuti umanitari in una specie di tenda costruita con rami e stoffe. Il loro bambino non è registrato all’anagrafe, non rientra nelle statistiche, capite? Alì è un bambino che non esiste! E non esiste perché i giornali non vogliono pubblicare la notizia di questa emergenza umanitaria, mannaggia a loro”
“Ma tu giornalista di guerra sei?” le chiede la signora

“Eh, una specie. Ho studiato Comunicazione e cooperazione internazionale perché volevo fare la giornalista, Poi, all’inizio del 2014, sono partita, con una organizzazione umanitaria per il Sud Sudan, dove era appena scoppiato un conflitto. Quando sono arrivata al campo profughi ho realizzato che non c’era n-i-en-t-e.

Io sono una che parla anche con i muri, eppure per due giorni non ho trovato le parole. Pensavo: ieri ero a Roma e sceglievo quale balsamo portarmi via, e oggi sono in un campo circondata da persone che non hanno n-i-e-nt-e, con all’esterno migliaia di morti ammucchiati, in attesa di essere sepolti. Le parole e tutto ciò che avevo studiato e immaginato sono stati spazzati via in un istante.

Il terzo giorno dentro di me c’è stato come un clic e ho capito che ero esattamente dove volevo essere, a fare quello che volevo fare davvero: testimoniare. È un lavoro duro, ma straordinario, ve lo assicuro.
Poi sono riuscita ad entrare in Medici Senza Frontiere e ora eccomi qui. Per MSF faccio due cose: mi documento della situazione politica e sociale dei Paesi dove abbiamo le nostre missioni, in modo da condividere con chi lavora lì informazioni a loro utili. E poi passo ai media le notizie di cosa facciamo, perché spesso siamo dove gli altri non arriveranno mai, e se non ne parliamo noi, non ne parla nessuno. Noi siamo la voce di chi non ce l’ha.

“Ma siete liberi di parlare in tutti i Paesi du munnu, pure quelli coi dittatori?” chiede l’uomo della coppia.
“Purtroppo in alcuni Paesi è più difficile: si rischia che i progetti vengano bloccati e che si vendichino sul nostro personale locale. In quei casi dobbiamo valutare con molta prudenza cosa fare: da una parte sentiamo forte la necessità di testimoniare, dall’altra c’è la volontà di continuare a curare le persone e di proteggere i nostri operatori.”

Le squilla il telefono, lei sorride ai due signori e si allontana per rispondere.
“Anto’” dice la moglie, “appena torniamo a Catania, devi andare subito alla banca che dobbiamo fare un versamento a questa organizzazione. Hai capito?”
Il marito sospira e dice: “Ecco, adesso facciamo pure le donazioni agli alieni.”
La moglie si gira inviperita, solo per accorgersi che il marito la sta prendendo in giro: “Certo che ci vado alla banca: quella fimmina mi rintronò di parole, ma è brava assai”

ISABELLA

“Bene, allora ci sentiamo venerdì alle 10 per l’intervista.

Il mio curriculum in due parole? Guardi, riassumerlo in due parole è impossibile. Glielo inoltro via e-mail, okay? Mi scusi, ma ora la devo proprio lasciare.”

In due parole, be’, in due parole potrebbe definirsi: Maria Cristina, antropologa per Medici Senza Frontiere, 62 anni.

Ma sarebbe davvero riduttivo. Un voler tagliare con l’accetta parti della sua vita che la rendono la persona che è ora.

È vero, ora lavora in Medici Senza Frontiere, ma è entrata nell’organizzazione grazie ai cinquant’anni di vita avventurosa che ha collezionato fino al 2010, quando ha presentato domanda di collaborazione. Fino a quel momento aveva lavorato prima come stilista, poi come costumista creativa, aveva viaggiato in Messico e deciso, infine, di rimanere a vivere lì. Erano seguiti gli studi in Antropologia, il lavoro sui disegni e i tessuti Maya, la stesura di libri e articoli. Infine il ritorno in Italia e l’interesse per l’antropologia medica, cioè il rapporto tra territorio e salute, malattia e morte. E quindi Medici Senza Frontiere.

“Come si fa a dire in due parole chi siamo davvero? Come si fa a spiegare che amo le emergenze, le situazioni in cui il mio occhio di antropologa riesce rapidamente a vedere e valutare aspetti che gli altri non intuiscono?”

La prima missione è stata in Guatemala, per tre mesi. Poi in Guinea é scoppiata l’epidemia di Ebola, dove il tasso di mortalità a causa del virus era altissimo e le condizioni di vita estremamente pericolose.

Il centro Ebola di MSF si chiamava Centre d’Isolation, ma il termine “isolamento” non era traducibile nella lingua locale. Trovare un nuovo nome era quindi importantissimo, si é optato per Centro di Cura, anche se in quella prima fase su cento persone che entravano, solo cinque riuscivano a guarire.

Nessuno sapeva cosa succedeva in ospedale, ma una cosa era certa: in quel posto si moriva.

Che si morisse anche fuori sembrava una veritá poco importante.

Si era scervellata per giorni per capire come comunicare all’esterno cosa avveniva lì dentro e alla fine ha deciso, in accordo con il resto del team, di chiamare un videomaker locale perché documentasse la vita nella struttura. Nel video, l’uomo ha mostrato come venivano curati i pazienti e la professionalità del personale, ha raccolto le testimonianze di chi era guarito e dei loro familiari.

Il video é stato poi affidato ai survivors, quei pochi pazienti che erano sopravvissuti al virus. In occasione della proiezione, si sono creati anche dei momenti utili per spiegare i meccanismi del contagio.

“Se lo avessi spiegato io, donna bianca di uno strano ospedale in cui i pazienti morivano invece di guarire, non avrei mai ottenuto lo stesso risultato”

Sono tornata in Guinea una seconda volta, e poi una terza, e a quel punto i colleghi delle risorse umane mi imposero di fermarmi. Mi era sembrata una decisione ingiusta, ma poi ho capito che avevano avuto ragione, che non si può vivere troppo a lungo in emergenza, perché si viene risucchiati in un vortice innaturale, dove l’attenzione estrema a evitare il contagio diventa una seconda pelle.

“Solo quando torno a casa mi rendo realmente conto di quello che ho vissuto, del pericolo e della fatica. Le partenze sono facili, i soggiorni passano, i ritorni sono difficilissimi.”

Ogni operatore MSF ha le proprie manie; quella di Maria Cristina, la mia, é scoprire chi prende le decisioni in merito alla salute di ogni posto in cui va in missione. Pensare che siano anziani o i capi dei villaggi è un retaggio romantico e vagamente coloniale. Perché in Congo, per esempio, chi contribuisce davvero a plasmare l’opinione pubblica in fatto di salute sapete chi è? I ragazzi giovanissimi che conoscono il francese, e così sono in grado di accedere alle informazioni esterne al villaggio,

Per questo Maria Cristina, sempre io, in quel paese ha proposto un’idea bizzarra, che sorprendentemente è stata approvata subito dai colleghi.  Ha scritto insieme a un giovane rapper locale una canzone orecchiabile, dal ritmo scatenato, che conteneva una sintesi delle informazioni che Medici Senza Frontiere voleva veicolare sul virus.

In brevissimo tempo nei villaggi lì intorno tutti ballavano e cantavano la stessa canzone.

É per questo che amo tanto Medici Senza Frontiere: per la neutralità, che mantiene grazie all’indipendenza economica, per le cure gratuite, per la volontà di dare voce a chi non ce l’ha. Ma anche perché accetta la creatività bizzarra di un’antropologa eccentrica come me!

 

NICOLE

Mirella, 40 anni, psicologa.

Controllo l’orologio. Ho ancora un po’ di tempo prima che il volo del mio compagno atterri. Stavolta non siamo riusciti a partire per la stessa missione, e ci siamo catapultati nel mondo in due direzioni diverse. Ma almeno torniamo lo stesso giorno. Sarà bello e strano ritrovarci, parlare di due realtà diverse: la Palestina e il Congo. Dovremo far sedimentare i ricordi, le emozioni, gli incontri, e riprendere contatto con la nostra casa e la nostra vita insieme. «Ehi!» protesto con una donna che mi ha urtato con violenza. Ma lei continua a parlare in modo infervorato con la sua amica e neanche si scusa. «Io gli adolescenti di oggi non li capisco più! Sono dei marziani!» la sento esclamare con rabbia mentre si allontanano. “Ma tu li ascolti davvero, gli adolescenti?” mi piacerebbe chiederle. Perché come psicologa credo che sia questo il problema: non li ascoltiamo più. È vero che la tecnologia ha prodotto dei cambiamenti significativi nelle relazioni, ma i tratti essenziali degli adolescenti e le loro emozioni profonde, io li ritrovo uguali in ogni angolo del pianeta dove opero come psicologa di MSF. Oggi i ragazzi hanno più paura di quanta ne avessero trent’anni fa: percepiscono il futuro come drammatico e caotico. Sono esposti a informazioni e immagini in eccesso: vedono tanto ma non praticano l’incontro. Eppure il desiderio di esprimere la propria opinione è un bisogno primario degli adolescenti, in tutti i Paesi del mondo. E allora chiederei a quella donna: “Stai assicurando uno spazio, un tempo e un luogo sicuro perché quelli che chiami marziani possano aprirsi e raccontarsi?”.
Avrebbe dovuto conoscere Louis, ad Haiti. Lì la popolazione vive ormai da tempo una drammatica guerriglia urbana tra bande, che assoldano i ragazzini appena sono in grado di tenere un’arma in mano. MSF ha un progetto per i rifugiati interni che scappano dalle proprie case e si rifugiano in luoghi protetti: campi sportivi, palestre, cortili delle scuole.
Louis era un ragazzo volitivo, con doti da leader. Spavaldo, si era offerto di aiutarci a recuperare i ragazzini per farli partecipare alle nostre attività. Quando abbiamo cominciato a parlare con loro di sogni e timori, Louis ha proclamato di voler diventare il capo locale della guerriglia per assicurarsi una posizione di potere e quindi una vita sicura. Non riusciva a valutare né il pericolo personale di venire ucciso, né quello sociale di replicare un modello dannoso: proiettava soltanto il sogno di una realizzazione personale. Eppure, pur mostrandosi sempre un po’ sbruffone, ha continuato a partecipare ai nostri laboratori fino al giorno in cui ci ha confidato di aver cambiato idea sul suo futuro: non voleva più diventare capo di una banda, ma lavorare con MSF. In particolare, ci ha spiegato, voleva aiutare gli altri bambini a trovare uno spazio protetto di gioco e di crescita, come quello che aveva sperimentato lì insieme a noi. “Riceviamo tanti aiuti pratici, vestiti, quaderni, cibo, ma resta sempre difficile trovare uno spazio per noi” ci ha detto. Intendeva uno spazio sicuro in cui essere ascoltati, in cui riflettere sulle proprie fragilità ed emozioni. È per questo che lavoro per MSF: perché è un’organizzazione che, anche nelle situazioni di estrema emergenza umanitaria, non perde mai di vista il bisogno psicologico e assicura spazio, ascolto e voce all’individuo. Ecco, questo aeroporto, con persone di diversa nazionalità e religione, con diversi ricordi e destini, con sogni ed esperienze che si incrociano, partono e arrivano, assomiglia molto a Medici Senza Frontiere. Lavorare per loro significa per me rimettermi in gioco continuamente, rimodellare quello che so sulla base della cultura del luogo. Noi operatori dobbiamo ascoltare la cultura locale e capirla per poter poi immaginare un progetto.
Mentre cammino per l’aeroporto, incrocio una famiglia con tre bambini che trascinano, secondo le proprie possibilità, i loro piccoli trolley. Amo i giovani viaggiatori. Soprattutto adesso che tutto è virtualmente più vicino, ma forse emotivamente più lontano. Sono diventata psicologa perché mi interessavano l’animo umano, le scelte, i limiti e le possibilità. Sono entrata in MSF perché non volevo più ignorare quello che succedeva lontano da me, in luoghi poco conosciuti, che non guadagnano mai l’attenzione dei media. Perché il ragazzino di Haiti ha lo stesso diritto di essere ascoltato del marziano italiano. Perché le nostre storie sono la nostra cura, se ci concediamo il tempo dell’incontro.
E poi, ecco, in fondo al corridoio, lo riconosco prima dal berretto, poi dall’andatura, infine dallo zaino che fa capolino dietro le spalle. È lui! Gli corro incontro e tutto il resto sfuma.

 

SIMONE

Moussa, 32 anni, mediatore interculturale

“Se posso, vi do volentieri una mano”, dico aiutando due signore ad alzare gli zaini. Le persone già sedute si girano a guardarmi. So che la mia voce è diversa da quella dei bianchi, è più cavernosa, più bassa. Nella mia bocca i suoni rimbombano prima di uscire. Una volta una collega mi ha detto “nella tua voce risuonano i tamburi della tua terra”.

Sono nato in Costa d’Avorio e sono arrivato in Italia dodici anni fa, a Lampedusa. Non voglio più pensare a quel viaggio, è acqua passata. Avevo vent’anni e nessuna idea di come sarebbe stato il mio futuro : volevo solo vivere onestamente e in pace. Ora abito in Sicilia, lavoro, sono felice. Faccio il mediatore interculturale per MSF, mi occupo dei migranti che parlano il mio dialetto o il francese, che è la lingua ufficiale di quasi tutti gli Stati africani.

Sono il ponte tra il medico, l’infermiere, lo psicologo da una parte e il migrante dall’altra. Non traduco solo la lingua, traduco la cultura. Traghetto le parole, i comportamenti, i gesti, il tono di voce da una cultura all’altra. Le cose che in una cultura sono buone e nell’altra possono essere considerate minacciose.

Ad esempio, il guardare negli occhi una persona. In Italia è un atteggiamento di accoglienza, di ascolto, di attenzione; da noi in Costa d’Avorio, invece, è considerato maleducato. Se questo non lo traduci, le persone non riescono a comprendersi e a fidarsi. Fidarsi, che bella parola! Creare fiducia è l’obiettivo del mio lavoro.

Il mio lavoro è difficile, complicato, stressante, ma vale sempre la pena di farlo. I migranti che arrivano sulle coste italiane non ce la possono fare da soli, perché rischiano di perdere se stessi. Il nostro lavoro fa la differenza.

MSF ha un progetto di prima accoglienza per i migranti che sbarcano in Italia. Diamo un immediato supporto psicologico ai sopravvissuti dei naufragi, nel momento difficilissimo in cui si rendono conto di essere vivi, ma di aver perso il figlio, il fratello, l’amico. Si trovano in un paese di cui non conoscono la lingua e i codici di comunicazione, e le parole e i gesti dei bianchi possono risultare incomprensibili.

Chiudo gli occhi. Nel buio delle mie palpebre abbassate prendono forma i visi di chi ho incontrato in questi anni. Ricordo un ragazzo arrivato in Italia allo stremo delle forze. Le sue cicatrici e la sua apatia raccontavano le torture subite in Libia. Non voleva più vivere, chiedeva solo di dormire.

Per un africano che arriva da un lungo viaggio attraverso l’inferno del Mediterraneo trovare me, un altro africano con cui poter parlare,è fondamentale. Si riconosce e si sente riconosciuto. Mi chiama subito “fratello mio”, mi chiede consiglio, mi prega di riferire qualcosa ai bianchi. Io per loro sono la garanzia del fatto che quello che dicono o fanno i bianchi non li danneggerà.

Tutti parlano del Mediterraneo come del cimitero più grande del mondo. E’ perché non hanno visto il deserto che i migranti sono costretti ad attraversare per arrivare in Libia. Un deserto di sabbia e ossa, dove le auto perdono le piste, dove finisce il carburante e attorno vedi solo dune e calore. Dove chi inciampa, chi si lamenta, chi cade, viene lasciato lì a morire.

Chi parte lo sa che il viaggio sarà pericoloso, ma nessuno gli ha mai parlato di quel deserto arroventato e di quel mare che inghiotte i gommoni sgonfi. Quando ne diventa consapevole, quando il suo orizzonte è fatto di dune affamate che reclamano nuove vittime, quando nel mare in tempesta cerca di svuotare con le mani il gommone che affonda, non può più tornare indietro. Può solo proseguire e pregare di non morire.

È duro ascoltare queste storie. Ci vogliono coraggio e impegno. E io so di averne, per me e per loro. Dodici anni fa non sapevo dare un colore e una forma al mio futuro. Era solo una vaga speranza senza contorni, Ora ho le parole per dirlo. Il mio futuro sono io. Tutto dipende da me.

Guardo fuori dal vetro il cielo infinito e non posso fare a meno di sorridere. Perché so con esattezza chi sono. Mi chiamo Moussa, ho trentadue anni, sono un mediatore interculturale per MSF.
Occupo con dignità il mio posto nel mondo